Schegge di riflessioni sul racconto “Nulla esiste ma tutto accade” di Pierluigi Vizza

Dopo aver letto l’intero racconto, ci si sente come se Isaac Asimov, figura peculiare dello stesso, avesse iniettato anche nel lettore una dose di «entropia», un caos nella migliore accezione del termine che è, quella, poi, che l’autore intende evidenziare tra le pagine del suo scritto come sprone alla riflessione, alla necessità di guardare e leggere attraverso differenti prospettive. Sono infatti infiniti gli interrogativi che restano, molti dei quali senza risposta, sulla vita, sul suo senso e sul senso di ogni cosa, dall’amore alla morte, dalla fede all’assenza della stessa, dal bene al male, dal reale all’irreale.

Forte rimane la volontà di rileggere soprattutto alcuni passi del racconto. Alcune frasi irrompono come tuoni a ciel sereno e incitano a riflessioni profonde tese a scardinare luoghi comuni, credenze. E sconvolge lo stile semplice, lineare e schietto con le quali vengono espresse e che permette al lettore di assorbirle nonostante il ritmo, spesso incalzante, della penna del Vizza.

In effetti, leggere questo racconto è come trovarsi tra le mani un diamante: mille sono le sfaccettature, innumerevoli le possibilità interpretative. E la curiosità di seguire le vicende è tanta. Il lettore riesce a dare libero sfogo alla sua immaginazione e ad attivare infinite connessioni tra ciò che legge e ciò che è il suo bagaglio culturale, tanto maggiori quanto più approfondito è lo stesso. Tutto in perfetta linea con il senso del racconto.

Tutti i personaggi, molti descritti in modo da rasentare e a volte, oltrepassare, i limiti del grottesco, vivono in un mondo che va via privilegiando un finto bene comune, una pace ordinaria, «uno squallore di tranquillità» ed un ordine a discapito del riconoscimento e della valorizzazione dell’identità individuale e che, conseguentemente, non offre più spazio a chi non è più allineato al pensiero unico, di massa, creando forte disagio proprio nella mente di quelli che prendono coscienza dell’involuzione inesorabile della civiltà che si autodistrugge degradando e degenerando nell’appiattimento di opere ed azioni, nel pensiero acritico, nella disintegrazione della cultura e nella negazione della fantasia e della poesia.

In queste situazioni interviene Asimov, scienziato che ha l’obiettivo di «restituire la vita donando la morte». Frase che suona quasi come un paradosso ma che non è tale se, seguendo i chiaro-scuri impressi sui fogli del Vizza, ci si lascia trasportare nel fascino di questa realtà-irrealtà sapientemente descritta nel racconto.

Asimov preserva le anime «dal fuoco dell’inferno», ma l’inferno al quale si riferisce l’Autore è proprio il mondo del futuro descritto come la peggiore delle dittature, nel quale prende via via il sopravvento un potere teso al controllo delle menti e dei flussi delle nascite, operante attraverso un lento meccanismo di convincimento delle masse, progressivamente assuefatte ai suoi dettami, incapaci di riconoscere la disumanizzazione che ne consegue e nelle quali si trovano intrappolati, proprio perché non più in grado di porsi delle domande. Egli, quindi, uccide/salva quei coprotagonisti del racconto che cominciano ad esprimere dissenso e a mettere in discussione l’utilità dei loro ruoli, proprio nel momento in cui essi stessi realizzano di star assuefacendosi ad un circolo routinario di conformazione acritica ai dettami di Stato.

Asimov viene presentato come maschera, ombra. Si presta ad infinite possibilità interpretative: potrebbe rappresentare la parte “oscura” di ciascuno dei personaggi, la loro stessa antitesi, o una metafora della razionalità, con l’accezione illuministica del termine, oppure la voce della coscienza etica che sprona alla reazione al male o, ancora, il destino di ognuno. Sta di fatto, comunque, che egli stesso, per quanto possa essere in genere, nel racconto, presentato come «un cavaliere senza macchia e senza paura», vacilli messo di fronte ad una difficile scelta, quasi come se l’autore volesse sottolineare che il confine tra bene e male sia fortemente labile, sempre e comunque.

E, in effetti, il racconto è un continuo ribaltamento dei concetti di bene e di male sia per quanto riguarda gli aspetti caratteriali e le abitudini di vita dei personaggi sia per ciò che viene proposto al lettore relativamente ad azioni e situazioni descritte nello stesso.

Questa oscillazione, viene, tra l’altro, marcata dai colori citati nel racconto nella descrizione di oggetti e volti. Le tinte prevalenti, bianco e nero, non a caso sono quelle dello yine yang, della dualità presente nel mondo ed in ogni elemento di esso. Sono presenti delle eccezioni: le fugaci descrizioni di colori quali il blu, l’azzurro ed il verde, quasi sempre riferiti agli occhi dei personaggi, in particolare di quelli femminili. Eccezioni che forse vogliono sottolineare il concetto che l’autore ha delle donne, descritte spesso come elementi salvifici, forti, ribelli che, come Marla, non temono neanche il confronto col diavolo.

In questo contesto di “coerenza duale”, nel quale anche il sole, da sempre emblema di luce, è descritto come «disco di bronzo in un cielo spaccato, frastagliato qua e là da nubi cariche di risentimenti», il Vizza, non si smentisce neanche nella scelta delle musiche che cita nel racconto e che fanno da cornice ad alcune scene. Ed infatti, ancora in linea con l’impronta illuministica del suo lavoro, sceglie la Quinta sinfonia di Beethoven, nota per l’alternarsi dei contrasti strumentali tra momenti più “trionfali” e momenti più mitigati e lirici e significativa per l’idea della vittoria della ragione sulle forze delle tenebre, dei pregiudizi e delle superstizioni.

È un lavoro complesso e completo, quello del Vizza. Un lavoro dove vengono coinvolti tutti e cinque i sensi del lettore. Persino quello olfattivo, tant’è la minuziosità nelle descrizioni degli odori in alcuni passi del racconto.

Da uno scritto così, non se ne esce facilmente, offrendo lo stesso innumerevoli stimoli per approfondimenti culturali che possono spaziare dalla musica al cinema, dalla letteratura classica alla filosofia, dalla politica alla tecnologia, dall’arte pittorica alla scienza. Soprattutto se lo si legge soffermandosi sui dettagli.

In effetti si legge l’opera nell’intento di trovare delle risposte che non ci sono. Anche il finale si legge con la speranza di trovarne qualcuna. Un finale poco prevedibile, come del resto lo sono sia l’intero racconto che l’avvicendamento dei personaggi nei vari capitoli che, spesso, si scambiano le parti e gli aspetti caratteriali, ma che comunque, riesce a trasmette al lettore un margine di calma e la possibilità di respirare profondamente insieme a Frederich ai piedi del fico: un momento di riflessione dove il caos apparente indotto dalla lettura e dagli avvicendamenti incalzanti di scene e personaggi, si smorza e la mente trova sollievo nella pace degli oboi di Beethoven immersi nella natura. E in quel contatto con la natura, stringendo la terra tra le dita, anche il lettore ha la possibilità di sentirsi “Il primouomo”.

Teresa Marsico

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