I veri monumenti

Sin da bambino, mi è sempre piaciuto andare in giro per le vie del paese. Mi soffermavo su ogni cartello recante il nome di una strada, di una piazza, di un vicolo o sui monumenti. Di tutto ciò mi sono sempre chiesto quale fosse la provenienza.

Tornato a casa poi mi servivo dell’enciclopedia, per fare delle ricerche (internet avrebbe spopolato qualche anno più tardi), e per vedere chi fosse quell’Umberto I di cui il “mio corso” portava il nome, oppure l’Eugenio Altomare a cui era stata intitolata la strada della circonvallazione, o il Donato Bendicenti, il Pietro Nicoletti a cui erano state intitolate altre importanti strade roglianesi.

Sono sempre stato curioso di sapere chi fossero costoro, e perché avessero loro dedicato delle strade. Mi interessava conoscere il significato del monumento recante in alto l’aquila situato nella “Villa di sotto”, o di quelle due manone con in mezzo un minatore. Per quale motivo erano lì?

Crescendo poi ho maturato un mio pensiero: io un monumento l’avrei fatto agli emigranti, ai lavoratori, quelli andati via lontano, a migliaia di chilometri di distanza, senza portarsi dietro la famiglia, alla quale spedivano i soldi, grazie ai quali questo paese venne tenuto in piedi ed elevato.

Sono queste le persone che hanno reso Rogliano un paese degno di nota, senza permettere che diventasse disabitato, senza impoverirlo, anzi arricchendolo; il tutto pagando con un “esilio lavorativo forzato”, che li vedeva tornare in paese una volta all’anno (se andava bene), o solo a pensione acquisita.

O anche quelli che per anni hanno buttato sangue e anima nelle gallerie, durante i lavori per l’odierna A2, o nei cantieri sparsi per l’Italia, o in giro per il mondo. Questo diventò il mio pensiero.

Un monumento del genere lo avrei visto bene in Villa, posizionato al posto di chi per Rogliano non fece nulla se non cambiare immediatamente re e bandiera (per se stesso e per i propri interessi). Oppure avrei intitolato loro una strada, o una piazza, o magari quel corso dove vivo, dedicato ad un re che ebbe tra i propri “meriti”, quello di far sparare cannonate su una folla in protesta, perché affamata.

“Sul serio è lo stesso Umberto?”, pensavo da bambino nel mentre delle mie ricerche. “Lo stesso Umberto a cui è intitolato il corso in cui vivo?”.

Allo stesso modo però tutto pieno di emozione, in quinta elementare andai alla cerimonia che vide porre la lapide in memoria di Donato Bendicenti, sempre in corso Umberto I, “inviato” a farne un resoconto dalla mia cara maestra Elisa.

Mi sentivo veramente fiero di aver avuto un compaesano tale. E mi rattristava moltissimo la fine che la disumanità del tempo gli aveva riservato. Stessa cosa non potevo pensare del regnante.

Perciò ancora oggi la vedrei bene una bella opera, non troppo grande, né troppo piccola, rappresentante coloro che un tempo trovavano la forza di partire, per fare lavori pesanti e avvilenti, già sapendo che sarebbero ritornati chissà quando. Rappresentante tutti i lavoratori di quell’epoca.

Un’opera bella da esporre lì, dove la gioventù roglianese da sempre ama passeggiare; per raccontare ai nipoti cosa fecero i loro nonni, affinché oggi si potesse vivere un certo benessere.

Ma soprattutto per ricordare chi Rogliano l’ha costruita e mantenuta in piedi, in tempi in cui emigrare era veramente cosa ardua ed impietosa.

Sono stati loro i veri monumenti, e lo sono ancora, anche se le loro facce non le conosce nessuno.

Per questo credo, bisognerebbe raccontarlo più spesso; soprattutto ai ragazzi.

LR

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