Rugliànu

Premessa. Questa rubrica avrei voluto scriverla in dialetto, nel nostro dialetto (chillu rugliànise), ma per far si che molti altri possano leggerla e comprenderla, ho deciso di scriverla in italiano, limitandomi ad usare il dialetto (con nota a margine) solo quando indispensabile.

Quale modo migliore per parlare di “Rugliàners”, nome di fantasia col quale voglio riferirmi a noi “Rugliànisi” – e che richiama a Joyce ed ai suoi “Dubliners” – , se non quello di partire proprio dal luogo dove siamo nàti, crisciuti e pasciuti (nati, cresciuti e diventati adulti). Perché ciò che rende tale un ruglianise è proprio l’appartenenza (intesa come legame) alla nostra Rugliànu, alla nostra storia, al nostro dialetto ed alle nostre abitudini.

Ogni abitante dell’hinterland cosentino, sentendo parlare un roglianese fuori dalle “mura amiche”, si accorgeva della sua appartenenza geografica dopo pochi istanti. La classica domanda rivoltaci era (e penso sia tuttora): “si de Rugliànu?”, espressa chiudendo quella “a” in modo scherzoso ed esagerato, per marcare la nostra abitudine linguistica all’uso delle vocali chiuse, oppure rimarcando quella nostra “elle”, che davanti a vocale subito si trasforma in “u”.

Spesso si veniva canzonati, in modo scherzoso e mai cattivo s’intende, riguardo a “mille uire” (mille lire), “uitri de uatte” (litri di latte), “uètti, uìbbri e pauette” (letti, libri e palette).

C’era anche, e credo ci sia ancora chi non appena metteva piede a Cosenza, il giorno seguente ritornava parlando dialetto cosentino, o qualcosa di simile.

Purtroppo ciò di cui non posso parlare, è la Rogliano che non ho avuto il piacere di vivere, ma che conosco attraverso i racconti di chi l’ha vissuta. Quella dei miei genitori, dei miei zii, (troppo lontana quella dei nonni) dove il futuro sembrava roseo e pieno di buoni propositi, ed a proliferare erano le belle speranze di una generazione, la prima, che in toto aveva avuto accesso all’istruzione.

Anche la Rogliano nella quale sono cresciuto io era bella, tranquilla e solare, nonostante fosse già in fase di declino. Sono contento di aver vissuto l’infanzia e l’adolescenza in un posto perbene.

Oggi però ci tocca di nuovo emigrare, come decenni addietro toccò ai nostri nonni; ma sempre con la speranza di ritornare, e contribuire nel nostro piccolo a rendere migliore il posto che ci ha visto nascere.

Perché se si è “gente di Rogliano”, la si deve amare per forza di cose questo bel pezzetto di Calabria immerso nella Valle del Savuto; con tutte le sue incongruenze, i difetti, le maldicenze e quant’altro possa indurci spesso a considerarla in modo diverso.

In fondo tutto il mondo è paese, mai verità fu più azzeccata.

E Rogliano è il nostro.

LR

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