Idoli – una pericolosa dicesa nell’umano

Una visione scarna, raccapricciante, terribile; un film che cerca di svegliare lo spettatore con un pugno sul cranio, al fine di spaccare quel mare gelato, quel blocco di ghiaccio kafkiano, che si è venuto a creare dentro l’umano. Idoli è tutto questo: una disgregazione della morale, dell’etica, dell’identità collettiva e personale; un’aspra critica all’individualismo, al materialismo – più in generale all’occidentalismo – ai mezzi virtuali d’interazione che, riprendendo la massima di Thoreau, rendono l’uomo strumento dei propri strumenti, e infine all’intero sistema educazionale, attraverso il quale viene decostruito l’intero edificio culturale della persona. In estrema sintesi, potremmo dire che gli innumerevoli punti critici e i tabù della contemporaneità che, con una certa crudezza, nel tentativo quasi di violentare colui che è dinanzi allo schermo, si sovrappongono uno dietro l’altro in una concatenazione causale che, nei momenti di stallo,viene sospinta da una sorta di «provvidenza» perversa che, al contrario del messaggio cristologico, conduce l’uomo inevitabilmente verso il sentiero del male. Tuttavia, la genialità che mette in campo il giovane regista e che, a parer mio, lo ravvicina al cinema pasoliniano, non sta tanto nel messaggiodi fondo – che seppur importante resta celato ai più, ma piuttosto nel modo in cui viene trasmesso questo messaggio e nei sentimenti che riesce a generare nello spettatore medio che, come afflitto da un senso di colpa e di pudore – quanto meno mediato – si ridesta con un vuoto nelle viscere e con gli occhi rivolti ad una realtà che, per quanto possa essere distorta e abbruttita dall’immaginazione, non è molto dissimile da quella presente al di fuori dello schermo. L’intero svolgimento della trama, a grandi linee, rotea intorno alla metafora evoluzionistica nietzschiana: l’uomo inizialmente è come il «cammello» che trascina, dentro e fuori di sé, tutto il peso delle credenze; successivamente, l’uomo diventa «leone», in quanto riesce asbarazzarsi del suo Dio e dalle sue catene. Dio è morto, ma il suo cadavere adesso si aggira per la realtà sotto altre spoglie, ne restano i cosiddetti surrogati di quel simulacro, che ora prendono il nome di Stato, legge, scienza, cultura, poesia, e ogni volta che il leone crede di aver ucciso il suo Dio, si trova di fronte a qualche altra entità, dinanzi ad un altro idolo a cui doversi prostrare. Alla fine, l’uomo riesce a distruggere ogni simulacro di Dio, superando se stesso e i suoi limiti, ed entra nella fase di nichilismo passivo. La vita ora è priva di un qualsiasi scopo, giacché ogni cosa è circondata da una patina d’inutilità, di una superficialità priva di un significato escatologico, di un fine ultimo da raggiungere. Questo è lo scenario che Danilo Amato traccia abilmente nella sua pellicola; uno scenario catastrofico, postmodernista, per certi versi apocalittico – visti anche i vari riferimenti alla simbologia e alla profetologia cristiana. Un quadro del presente, e del futuro, in cui l’uomo è quasi destinato a regredire perché esso ha perso di vista sue radici, la sua genealogia, quel dubbio cartesiano che lo spingeva alla ricerca del proprio Essere. Il film si suddivide in tre episodi che, a mio avviso, sono tenuti insieme da un sottile filo conduttore che, quasi paradossalmente, entra in contrasto con questo smarrimento identitario, ed è il costante richiamo all’antichità classica che rappresenta il cardine della cultura Occidentale, in un contesto in cui la cultura in senso lato è però in una fase di decadimento, di tramonto, – per dirla con le parole di Nietzsche – è il crepuscolo degli idoli. Nella prima sequenza, l’attenzione appunto è centrata sulle falle del sistema scolastico e dei relativi problemi legati al processo di socializzazione, da cui a sua volta emergono complicazioni dal punto di vista «comportamentale» (ad esempio il bullismo, l’egocentrismo, l’accentuazione dei vizi, ecc), ma anche del punto di vista «socio-comunicativo» (ad esempio la massificazione, la volgarizzazione del linguaggio, la mancanza d’ideali, la solitudine, la necessità di costruirsi un’identità nell’iperrealtà di cui parlava Baudrillard). «Abbiamo perso tutto, ma ci resta ancora l’educazione» scriveva Fichte, la cultura dunque come appiglio, come strumento dialettico teso a riaccendere la fiamma del progresso umano; ma è proprio la mancanza di «educazione» ciò che emerge fortemente all’interno di questa prima parte e che caratterizza ahimè anche la società attuale. Tuttavia, la pellicola offre anche delle soluzioni, ovvero quella di formare un’istituzione scolastica solida non soltanto basata sull’apprendimento disciplinare, ma anche e soprattutto sul rispetto per l’altro, sulla cooperazione, sul senso civico; una scuola che pone al centro delle sue attenzioni l’alunno e non più i criteri meramente scolastici. Un altro tema di estrema importanza, che affiora in questo primo episodio, è il contrasto tra ciò che si è e ciò che si appare, dove quest’ultimo “modo di essere” ha un valore superiore rispetto al primo, schiacciando così la parte spirituale dell’Io a favore di quella materiale. Sotto questa impronta, l’identità va ricostruendosi anche nel mondo virtuale, o meglio, nel mondo iperreale che ha sostituito quello reale che ormai è diventato un deserto, dove l’uomo è soltanto una proiezione di ciò che è nella rete. Chi decide di non uniformarsi a questo processo viene tacciato di essere diverso, sbeffeggiato, violentato e, infine, allontanato. Èin questo punto cruciale che nel film compare la poetica del fanciullino di Pascoli, tesa a ricordarci che ogni essere ha un bambino in sé, il puer aeternus junghiano, che potrebbe rappresentare una vera e propria cura contro l’oscurantismo moderno. «Attraverso i bambini l’anima guarisce», scriveva Dostoevskij, perché i bambini sono ciò che più si avvicina alla perfezione e alla bellezza – unica salvezza per il mondo.

Nel secondo episodio della pellicola, che procede ad un ritmo molto più sostenuto, a tratti addirittura soffocante, interessante è il rapporto tra l’Io e la sua parte malvagiache in un certo senso va a riprendere l’analisi di Carl G. Jung, che può essere riassunta in questa frase: «Dentro di noi abbiamo un’Ombra: un tipo molto cattivo, molto povero, che dobbiamo accettare». Coloro che non sono disposti ad accogliere la propria nemesi, o che addirittura entrano in perenne contrasto con essa, sono destinati a decadere sotto i colpi del più forte poiché privi di volontà di potenza. Il Mostro, che è il personaggio per certi versi più emblematico dell’intero film, riesce a superare questo stato di nichilismo passivo non solo accettando la propria parte oscura, ma addirittura innalzandola ad ideale e consacrando la sua stessa vita alla realizzazione, per quanto riprovevole sia, del suo scopo. Centrale è anche la concezione del tempo,concepito in una doppia logica: da una parte, intravisto come unico e solo «nemico» da combattere e, dall’altra, come pura astrazione mentale priva di esistenza oggettiva. Quest’ultima speculazione ruota intorno alla visione socratica del tempo, filosofo che, a dir la verità, viene ripreso più volte sia dal punto di vista metafisico che narrativo. Infine è affascinante la concezione della morte che il regista imprime a questo episodio che, quasi come un trionfo dell’aspetto rappresentativo dell’esistenza, ci mostra un vero e proprio connubio tra il risveglio nella caverna platonica e la realizzazione che «tutto il mondo è un palcoscenico», dove come commedianti buttati nella mischia, tutti noi siamo tenuti ad un certo punto della nostra vita a scegliere se restare o uscire fuori da quella ressa, in un dubbio quasi pasoliniano che, a onor del vero, sfocia in un senso di rassegnazione felice, «perché – come asseriva lo stesso poeta e regista bolognese – invecchiando si ha meno futuro e quindi meno speranze».

L’ultima parte di questa pellicola rappresenta il completamento, sotto tutti i punti di vista, della storia; la chiosa finale che racchiude in sé tutta l’ambiguità, la controversia e la violenza psicologica di questo film. In un mondo postmodernista, post-apocalittico, dai caratteri atavici, a tratti hobbesiano, dove vige il diktat di uomo-lupo contro gli altri in uno stato di anarchia costante, si susseguono, in maniera quasi sistematica, rimandistorici e ritualistici al mondo greco ed ebraico-cristiano, ma anche – forse indirettamente – alla Rivoluzione francese, e in particolare, all’idea di oppresso che diventa oppressore; un oppressore che, data la sua concezione di mondo ideale, insegue un fine che giustifica sempre i mezzi, tramutandosi in una sorta di despota ancor più cruento e sanguinario di coloro che lo avevano preceduto. La visione di «Storia che si ripete», di un succedersi di cicli e ricicli vichiani, entra però in una sorta di contrasto armonico con gli strumenti moderni, portando così l’atmosfera ad un crescendo di perversione e di malvagità. Il ritorno, o eterno ritorno, ai riti orgiastici dionisiaci, le punizioni – da Inquisizione spagnola – inflitte agli spiriti liberi e in particolar modo nei confronti degli artisti, e infine, l’esaltazione esasperata dell’atto sessuale che diventa in ogni qual modo di dominio pubblico, sono chiari segnali di un mondo che ha perso di vista la sua umanità. Una denuncia totale, sofferta, terribile, che in un certo senso segue le logiche di Salò o le 120 giornate di Sodoma, o ancor meglio, del libro da cui è tratto questo capolavoro cinematografico che fu scritto nel lontano 1785 dal marchese De Sade. Questo romanzo, carico di sadismo, empietà e perversione, ci offre un insegnamento che a parer mio viene ripreso fortemente anche da questo film, ed è che la felicità [moderna] non consiste nel godimento, bensì nel distruggere i freni che si oppongono al desiderio. Un piacere crudele che emerge soltanto dallo spettacolo dell’infelicità altrui dove, per l’appunto, non può sussistere il principio di uguaglianza. Un totale e distorsivo ribaltamento del concetto di umanità, un messaggio che il giovane regista vuole lanciare, quasi come un monito, affinché nel futuro e nel presente non si giunga a commettere quelle atrocità che lui intravede e anticipa in un film consigliato, ma che va affrontato con una sorta di preparazione mentale e spirituale.

Pierluigi Vizza

 

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