L’avenir de la démocratie

lavenir-de-la-democratie«Nessuno può immaginare uno Stato che possa essere governato attraverso il continuo appello al popolo […] Salvo nell’ipotesi per ora fantascientifica che ogni cittadino possa trasmettere il proprio voto a un cervello elettronico standosene comodamente a casa e schiacciando un bottone», scriveva un visionario nel lontano 1978. E se oggi vi dicessi che i mezzi per attuare una “rivoluzione” del genere fossero, come forse è chiaro a tutti, già nelle nostre mani? E se fosse proprio di quel «continuo appello al popolo» ciò di cui necessita la res publica attuale? E se infine vi decessi che il «visionario» che scrisse tutto ciò fu Norberto Bobbio, ovvero uno dei più grandi filosofi politici e teorici del diritto del Novecento italiano – voi cosa pensereste? Certo: bisogna sempre prender con le pinze tali speculazioni, soprattutto nel campo della politica e in particolar modo su un tema così dibattuto come quello della democrazia diretta, e non bisognerebbe mai esprimere affermazioni fin troppo infiammate e radicali, del tipo: «Le più tiranniche dittature che il mondo abbia mai conosciuto si sono instaurate all’ombra dei parlamenti» (Gheddafi, Book Green, 1975). Tuttavia un piccolo passo in questa direzione non è solo necessario, ma addirittura vitale per il superamento di un sistema quanto mai antiquato e che nega, o che tenta di negare, la partecipazione pubblica che invece dovrebbe essere il fulcro della democrazia in quanto tale. È ovvio che un ricorso sistematico alla democrazia diretta richiederebbe un professionismo crescente, ma oggi rispetto al passato, abbiamo non solo i mezzi di facilitazione per rompere questi muri (basti pensare alle risorse illimitate che il world wide web ci offre), ma anche un grado di sviluppo intellettuale e soprattutto critico che ci dovrebbe portare a dire: «Io voglio scegliere! La cosa pubblica non può essere gestita da pochi, o addirittura da pochissimi». Eppure quei pochi, che troneggiano ancora sulle nostre teste come una condanna, cercano in modo quasi silenzioso di portarci via anche quel poco che abbiamo conquistato, – un piccolo esempio potrebbe essere la modifica che si vuole apportare alla Costituzione, che passerà per il referendum del 4 dicembre, per quanto riguarda le leggi di iniziativa popolare. Se al referendum dovesse vincere il “Sì”, il numero di firme necessario per la presentazione di un disegno di legge di tale genere passerebbe da 50 mila a 150 mila – in sintesi: una limitazione della partecipazione pubblica alla politica. Philippe Schmitter e Alexander Trechsel son più che sicuro che definirebbero tale atto come una «regressione democratica» – sempre che non siano corrotti anche loro dalla J.P. Morgan. In ogni modo, e al di là dell’ironia, questi due studiosi americani hanno redatto, per il Consiglio d’Europa, un rapporto intitolato L’avenir de la démocratie en Europe nel quale emerge che, per rimediare ai problemi frutto delle discrasie tra professionalizzazione della politica e complessità delle scelte collettive nelle democrazie contemporanee «una delle soluzioni, probabilmente la migliore, consisterebbe nell’ampliare le forme di democrazia diretta a integrazione della democrazia rappresentativa». – Come mai la nostra classe politica segue la via contraria? Saranno forse «nemici del progresso», oppure restii ad abbandonare i loro interessi? E, soprattutto, cosa stiamo facendo noi per impedire tutto ciò? Circa due secoli fa, Benjamin Constant manifestava il timore che: «Il pericolo della libertà moderna è che, assorbiti nel godimento dell’indipendenza privata e nel perseguimento dei nostri interessi particolari, rinunciamo con troppa facilità al nostro diritto di partecipazione al potere politico» – non è forse quello che sta accadendo oggi quando dovremmo andare diametralmente dalla parte opposta?

Pierluigi Vizza

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