Familismo amorale

13250314_10209446046297260_927992628_nUno spettro si aggira per le vie del paese, lo spettro del malcontento. Solo un esile e smorzato sussurro emerge dai volti di chi invano attende il «cambiamento», un sussurro che potrebbe essere visto come un segno di rassegnazione, ma anche come un atto di rivoluzione: «Siamo stanchi!». Come dare torto a questa voce interiore, a questo demone socratico, che ci dovrebbe scuotere da questo dannato immobilismo politico che ahimè già quanto c’è costato. Nel 1958, Edward Banfield – un politologo americano – condusse una ricerca sociologica nel Mezzogiorno d’Italia e riscontrò alcune caratteristiche che costituivano il cosiddetto familismo amorale. L’idea cardine di Banfield è che in questa realtà regna la più grande apatia nei confronti delle istituzioni e della “res publica”, così da insidiarsi in modo incontrastato la ricerca del benessere particolaristico (della propria “famiglia”) a discapito di quello della collettività. – A sessant’anni dall’analisi di Banfield cos’è cambiato? Basta dare un veloce sguardo ai candidati delle varie liste roglianesi in gioco per le Elezioni Amministrative, e non c’è da meravigliarsi se dietro ad ogni schieramento vi è la presenza di cognomi altisonanti o l’appoggio diretto o indiretto delle grandi famiglie. Sicuramente non bisogna generalizzare, ma quel grande passo di rinnovamento, che i nostri cari politicanti ribadiscono a più riprese, senza alcun dubbio non c’è stato.  In questa campagna elettorale, inoltre, ho avuto modo di ascoltare più volte il termine «competenze»; ma siamo realmente sicuri che le forze in gioco che si sono venute a creare, si siano formate basandosi in modo assoluto su quel termine tanto logoro – che ormai risuona nelle mie orecchie quasi in modo sgradevole –, e non sul gioco delle grandi caste oppure sul raccogliere consensi laddove gli altri ancora non avevano buttato i propri tentacoli? Le mie perplessità sono più che palesi vedendo fra i tanti militanti: simpatizzanti per movimenti neofascisti, politici di professione, uomini da bar, persone che non hanno il dono della retorica e tantomeno le idee chiare, nostalgici berlusconiani e ipotetici verdiniani. Ma la democrazia è anche questo, ciò che conta è la quantità e non la qualità, perlomeno in una società arretrata e tradizionalistica come la nostra. Ritornando a Banfield, egli finisce col delineare un quadro a tinte fosche, all’interno del quale è difficile prospettare una qualche via d’uscita: l’unica posizione realistica finisce con l’essere quella di arrendersi alla triste realtà. Tuttavia vi è anche una speranza, seppur fosca, la dimensione culturale. Bisogna riuscire a scindere la “famiglia” dalla cultura, o meglio l’interesse particolarista dal bene comune che vige indiscutibilmente su scelte razionali. Per far questo bisogna portar fuori i giovani dai vecchi schemi partitici, dalla mentalità recondita del voto di scambio o peggio ancora del “voto di amicizia”, dai vincoli lobbistici, dal populismo e dalla demagogia; bisogna dare un netto taglio al passato, non nel senso fichtiano, perché non possiamo dimenticare chi siamo e sicuramente non possiamo estraniarcene, ma il rinnovamento deve partire dal basso, dai giovani che non hanno alcun vincolo col passato. Abbiamo perso tutto – dice Fichte – ma ci resta ancora l’educazione.

Pierluigi Vizza

 

Aggiungi ai preferiti : Permalink.

Lascia un commento

Or

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *