Apologia di Zeman

zemanDi solito (per buona abitudine o per difetto) quando si critica una cosa o un essere umano, ci si dovrebbe orientare verso una critica costruttiva. Perché ognuno custodisce pregi e difetti, e se di un essere umano (o di una cosa) conosciamo soltanto i difetti, allora ci stiamo perdendo i pregi (e viceversa). Prendiamo ad esempio Znedek Zeman. Da sempre icona dell’anti-juventinità, il boemo è stato idolatrato per decenni da tutto ciò che nel mondo calcistico italiano si discostasse dai bianconeri “agnelliani”. Ma lo è stato erroneamente. Nipote di Cestmir Vycpalek, che fu prima giocatore e successivamente allenatore bianconero, Zeman arrivò in Italia per restarci in seguito agli eventi provocati dalla ‘Primavera di Praga’. Qui consacrò la sua passione per il calcio, e quando lo zio lasciò Torino per andare ad allenare il Palermo, lui lo seguì. Fu proprio in Trinacria che conseguì la laurea all’Isef (con tesi proprio sui ‘medicinali nello sport’, battaglia che avrebbe intrapreso anni dopo), e fu sempre lì che ebbe inizio la sua carriera da allenatore. Della Juve rimase sempre tifoso (per sua stessa ammissione), anche e soprattutto quando denunciò i misfatti messi in atto dall’allora dirigenza bianconera. Un po’ come se il mio paese natale venisse gestito da dei delinquenti, ed io li denunciassi. Ciò non significherebbe che io non ami più il mio paese natale, bensì sarebbe l’esatto contrario. Calcisticamente parlando, Zdenek Zeman è stato croce e delizia. Memorabili quei match vinti con risultati roboanti in casa e non (8a1, 6a2, 7a3, 0a5), o persi malamente (sempre in casa e non). Il calcio di Zeman è una filosofia semplice, ma fatta di tante cose. Corsa e sacrificio. Ritmi alti per tutti i novanta minuti. Continui tagli di centrocampisti e punte, i ‘terzini-ala’, il ‘portiere-libero’, la ricerca continua del goal e del gioco, quel coprire tutto il terreno di gioco con un pressing alto e votato all’aggressione dell’avversario, la difesa alta a dismisura, i contropiedi a cui si è continuamente soggetti, gli inserimenti dalla mediana. Tanto lavoro, coraggio, spregiudicatezza, tanta preparazione atletica (i gradoni con l’uomo a carico), e soprattutto una smisurata fiducia nei giovani. Pochi trofei, tanta linea verde donata al grande calcio (Signori, Rambaudi, Baiano, Di Biagio, e per ultimi, Verratti, Insigne ed Immobile), educazione al gioco propositivo, e un’onestà intellettuale che pochi possono vantare. Fu a Foggia che nacque Zemanlandia. Nella capitale, diviso tra Lazio e Roma, toccò i suoi picchi più alti. Secondo al primo anno in biancoceleste e quarto all’esordio in giallorosso. Ai tempi però la Champions la giocava solo chi vinceva la scudetto, quindi non ebbe mai modo di disputarla. Ma giocò la Coppa Uefa (che era come la Champions odierna, senza i campioni in carica dei rispettivi campionati), dove unì buoni risultati a cattive prestazioni. Croce e delizia. Un po’ di giri per l’Europa tra Turchia e Serbia, poi il ritorno in serie B tra Avellino e Salerno. L’amarcord a Foggia in C, poi ancora la B. Due anni fa succede che i tifosi della Roma, dopo aver ammirato il suo Pescara, partito per salvarsi e alla fine vincitore del campionato di B, esposero all’Olimpico per diverse settimane uno striscione, rivolto alla nuova dirigenza made in Usa, che parlava chiaro: “Datece er boemo”. Appena tre mesi dopo però, quando “er boemo” si prese il lusso di ricordare ad uno come De Rossi che l’allenatore era lui, e non il contrario, nonostante il bel gioco, tanti giovani in campo (poi venduti a peso d’oro come Lamela e Marquinos) e qualche risultato non superlativo, gli americani dimenticarono che ognuno necessiterebbe di tempo e pazienza per ambire a raggiungere determinati traguardi, e lo mandarono via. Era la 12esima giornata, e nessun tifoso si sbracciò per difenderlo. Uno come lui, senza peli sulla lingua, dà fastidio in un mondo dove contano, e troppo, soltanto le apparenze futili e le belle (false) parole. Ogni allenatore della Roma, per amor proprio, avrebbe mandato in campo De Rossi anche non allenato a dovere. Lui no, e questo (e non i risultati) gli costarono il posto. Se poi ci aggiungi che il portiere paraguaiano da lui richiesto (Goicoechea), si buttò la palla in porta su un cross che sarebbe finito sul fondo, allora diventa inutile commentare. Questa si chiama sorte, e può essere buona o cattiva. Credo che odiare Zeman perché juventini, sia un po’ come ascoltare Bob Marley per amore della marijuana. Si perderebbe tanta roba, troppa. A mio avviso, un’apologia che si rispetti ha il dovere di sottolineare e non poco, i difetti di chi la riceve. Altrimenti si scadrebbe nell’idolatria, e quella credo che nemmeno al boemo farebbe piacere. La fase difensiva delle squadre di Zeman ha sempre lasciato molto a desiderare. Il boemo ha sempre badato poco a non farsi ‘nemici scomodi’ (questo non è a mio avviso un difetto, ma per il mondo si), e non ha mai optato per moduli diversi dal 4-3-3. Sembrerebbe uno scherzo del destino che proprio nella sua ultima a Cagliari, (e proprio contro la Juve) il boemo si sia presentato con uno strano 4-4-2, e se ciò si può annoverare tra i suoi difetti, credo che dovrebbe fumare di meno. Znedek Zeman ha sempre avuto (calcisticamente parlando) una cosa che oggi in serie A latita parecchio: il coraggio. Perché va bene che per cambiare ce ne vuole tanto, ma anche restare fedeli al proprio credo richiede uno sforzo, ed una dose di coraggio immani. Alle partite ‘a scacchi’ che molto spesso il nostro campionato propone, Zeman ha sempre preferito giocarsela. Per dirla con le parole del poeta Pound, “se un uomo non è disposto a lottare per le sue idee, o non vale nulla lui, o non valgono nulla le sue idee”. E il boemo ha sempre lottato per portare avanti il proprio credo etico – calcistico, pagando dazio con l’estromissione dal calcio che conta, e un ‘esilio’ durato quasi dieci anni. Così succede che nella scorsa Estate un certo Giulini, presidente giovane ed ambizioso, lo chiama a guidare il Cagliari, per poi cacciarlo via (magari anche giustamente) dopo le solite 12 giornate. Da lì tutti a dargli contro, a dire che è finito il suo tempo, che non sa allenare, che è stato sempre sopravvalutato, che dovrebbe allenare soltanto in serie B, che non dovrebbe più allenare, che dovrebbe starsene zitto. Personalmente credo che la verità risieda sempre in un posto lontano dalle nostre vedute, ma se parliamo di calcio, sono i risultati a parlare. In questo mondo chi non vince, viene chiamato perdente, anche se non lo è affatto. Però chi non vince, non ha vinto, non porta in mano un trofeo. Essere un perdente è tutt’altra cosa. L’uomo Zdenek Zeman, maestro di (bel) calcio e di etica nello sport, non è mai stato un perdente. A lui, all’uomo sempre disposto “a lottare per le proprie idee”, va un arrivederci caloroso, espresso nel modo più sintetico e diretto che conosco, un po’ come il gioco delle sue squadre. Grazie per le belle lezioni di calcio, per le partite divertenti e per la correttezza da sempre espressa. A chi di dovere: “A ridatece er boemo”.

Luca Rota

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