L’epidemia di Novembre

epidemia novembreNovembre è un’epidemia radicata e fastidiosa. Non solo per la stridula eco di Giusy Ferreri. Risveglia mancanze e abbonda retorica. Un esempio per tutti: Pierpaolo Pasolini e la sua morte. Densa di versioni, nessuna verità come un verso di difficile decifrazione come una vita irraggiata di passione e progressismo. Tutto questo tumulato in un esergo a fondo pagina. Misero, obbligato, giusto.
Ma sarà vera pietas quella che circonda la figura di Pasolini a quarant’anni dalla sua scomparsa? Siamo sicuri che le collettive stille di alligatore di queste ore, non navighino altre correnti inglobando qualche assenza più grande di questa ipocrita tristezza? Qualcosa che vada cercato nella scatola vuota della nostra ignifuga emotività qualcosa che in realtà riguardi di più “l’abbecedario delle nostre assenze” che non l’ennesimo poscritto sulla morte vagheggiata e supposta della figura dell’intellettuale.
Perché lo sappiamo tutti che l’intellettuale oggi è una cometa ingoiata, sappiamo altrettanto che questa civiltà obesa e indifferenziata ha mandato giù di tutto per poi, armarsi di alligatori gonfiabili e trasecolare fotogenica su comodi parquet.
Nel processo di digestione, infatti, è accaduto qualcosa.
Questo ciclopico cannibale assorbendo di tutto ha lentamente accomodato lo stomaco e non ha più saputo respingere il maligno.
In questa tavola ammannita l’intellettuale, ha perso la propensione al pudico anzi a volte si è reso ghiotto intingolo, altre appendice estetica, altera decorazione della sbobba istituzionale incarnando altresì sorridente, la discesa agli inferi di un Paese afflitto da priapismo dialettico, ridondante di parole che a furia di impennarsi hanno perso senso e vigore. La metafora umana del vuoto. Fuoco fatuo incapace di ardere. Sì avete letto bene ardere.
Ardere perché bruciare, è prima di tutto un tumulto dello stomaco, una rivolta d’intestino che da bravo randellatore dei nostri abusi conviviali, ci insegna che infiammare è il cenno di risposta a una contrazione ostile alla ragione.
Viviamo in una cultura astringente, perennemente in coda davanti a un wc ricavato da uno spettacolo di saltimbanchi. Effetti da tubo di scarico postmoderno, dove non c’è spazio per il resto, cultura da wc appunto o di Benedette Parodi che non aspettano altro che di provocare diarree per fosse biologiche compiacenti.
Tutto questo in mezzo a un autunno dove si fa fatica a digerire e acuisce l’assenza di una reale svolta espressiva quella che Pierpaolo Pasolini e altri con lui, avevano acceso negli anni Sessanta inaugurando una nuova epica del Possibile:
Quel tempo folle oltre i confini del pudore in cui arte e cultura ancora avevano richiamo, e contagiavano senza avarizie la vita pubblica.
Una stagione, dove a governare il club dei colti, era il Partito comunista italiano, che però essendo per l’appunto italiano le esercitava con cautela;
Tutto andava verso l’indefinibile e illimitato, incrociando lungo il tratto creativo droghe ed eccessi erotici che ne facevano a pieno diritto parte.
Passando come nulla fosse dall’estro riversato su tela al manierismo seriale pur di finanziare le loro dipendenze;
Viaggi esotici e rendiconti precisi sul tema;
belli e liberi nella loro giovinezza spiantata, accumulando manganellate e persecuzioni oggi difficilissime da spiegare senza rabbrividire .
«Multimedialità»:
questa era la svolta espressiva.
Una fusione di modi e generi che strabordava dal professionale al personale.
Tragicamente, a volte, e altre volte invece con lampi di incanto assoluti.
«Mondializzazione» ci ha raccomandato Expo. Ma questo non significa «internazionalità»:
Nel senso, che un viaggio (metaforico o reale che sia) merita di essere sostenuto quando il posto che raggiungi è davvero diverso da quello da cui sei partito contribuendo così ad una reale evoluzione singola o collettiva .
Proprio come accadeva ai tempi di Pasolini e stenta ratti da mouse. invece a verificarsi nel nostro tempo.

Gaetano Santandrea

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