La parola oggi

NonnaPeterNon so perché ma quando medito sulla parola, oggi penso alla nonna di Peter l’amico pastore di Heidi. Cieca e sorridente, veglia la sua rovina indifferente agli sberleffi dell’umano inverno.
La parola oggi si accantona vecchia filanda di un’ora ossidata.
Lo stesso accade quando si parla di poesia.
La poesia degli anni zero ha destituito la metafora come figura retorica, che fa uso di analogie per esprimere un concetto a discapito di una concreta analisi del presente per renderlo sopportabile e in qualche modo comprensibile.
Il lirismo attuale è afflitto da un’esuberanza simbolica tipica di una cultura annebbiata dall’idea di caviale e champagne, legittimità e vetrina, ma anche rappresentazione di un paesaggio avvilente che pare esiliare la poesia a un favoloso atollo degli scontenti. Nulla di male, la riva è questa, e questi i cocci che la marea regala, ma mi piacerebbe che quella fetta di poesia che pensa di fare parte delle letterature ‘realistiche‘ sapesse ancora lusingare di utopie riprendere in mano il linguaggio dei sogni, quelle visioni a occhi aperti e ampi raggi indispensabili a riflettere al futuro. Accoglie in molti canti invece, quest’assalto minimo all’istante, tipico di un’emotività fragile, che ritiene servirsi di figure forti per spalleggiare fuochi fatui.
Il lasso elegiaco ha come smesso di rammentare significato perché è diventato, scontato e meccanico, un tempo consumato non dall’incertezza che alla sfera poetica appartiene (se un poeta non è disperato, in fondo che poeta è?) ma da una quotidianità temporanea e selvaggia che in tutta fretta ha redatto la sua epigrafe nell’illusione telematica di accorciare le distanze in un continuo lambire rassegne di volti senza penetrare la piaga dell’animo. Nessun domani per un cavo momento. Ricordate cari lettori: da un istante senz’anima, il futuro è assente.

Gaetano Santandrea

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